La storia

Le prime tracce di presenza umana stanziale nel territorio di Carpineti risalgono all’età del bronzo, attorno al IX Secolo a.C. Da quell’epoca ci sono pervenuti preziosi reperti rinvenuti sul Monte Valestra nei pressi dell’oratorio di San Michele, a testimonianza dell’esistenza di un piccolo insediamento a ridosso di un riparo roccioso naturale in grado di accogliere un modesto nucleo abitativo.

Nei secoli successivi altre popolazioni provenenti dall’antica Liguria scelsero il Monte Valestra e il Monte San Vitale come luoghi in cui fondare insediamenti. Il loro avvento diede origine alla stirpe detta “dei Liguri”, che si sviluppò placidamente tramandando usi e costumi fra le generazioni, sviluppando la propria civiltà, la propria arte, la propria religione.

Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, avvenuta nel 476 d.C., l’intera penisola italica fu presa d’assalto dai Barbari, la zona dell’odierna Carpineti fu teatro di battaglie, in cui i Bizantini e i Longobardi si contesero il controllo delle colline Reggiane. La linea su cui si fronteggiavano le due fazioni era rappresentata dai monti San Vitale e Valestra, che già costituivano un importante centro strategico e amministrativo, il Verabolo. Questa zona restò per un lungo periodo sotto il controllo Bizantino, durante il quale si diffuse il Cristianesimo, che lasciò molte testimonianze fra cui la Pieve di San Vitale, edificio religioso eretto sull’omonimo promontorio, che rivestì notevole importanza politica e religiosa per i successivi dieci secoli.

La calata degli Ungari alla fine del IX secolo costituì un vero flagello per la penisola Italiana, e altrettanto fu per le popolazioni reggiane. E’ forse in seguito a quest’evento che molte persone si rifugiarono sull’Appennino e diedero inizio alla costruzione di vere e proprie fortificazioni a scopo difensivo. A questo periodo è fatta risalire l’edificazione della prima cinta muraria di quello che, per mano di Atto Adalberto, sarebbe in seguito divenuto il Castello di Carpineti. Alla costruzione della fortificazione fece seguito la nascita di una vera e propria località, chiamata Carpineti con riferimento ai numerosi boschi di Carpino nero della zona, che in capo a due secoli sarebbe divenuta parte dei territori fulcro della vita politica e religiosa Europea: le terre della Contessa Matilde di Canossa.

Matilde di Canossa

La Grancontessa Matilde di Canossa, o Mathilde, fu contessa, duchessa, marchesa e regina medievale. Matilde fu una potente feudataria ed ardente sostenitrice del Papato nella lotta per le investiture; donna di assoluto primo piano per quanto all’epoca le donne fossero considerate di rango inferiore, arrivò a dominare tutti i territori italici a nord degli Stati della Chiesa. Fu incoronata presso il castello di Bianello (Reggio Emilia) dall’imperatore Enrico V. Nel 1076 entrò in possesso di un vasto territorio che comprendeva la Lombardia, l’Emilia-Romagna e la Toscana, e che aveva il suo centro a Canossa, nell’Appennino reggiano. La Grancontessa (magna comitissa) Matilde è certamente una delle figure più importanti e interessanti del Medioevo italiano: vissuta in un periodo di continue battaglie, di intrighi e scomuniche, seppe dimostrare una forza straordinaria, sopportando anche grandi dolori e umiliazioni, mostrando un’innata attitudine al comando. La sua fede nella Chiesa del suo tempo le valse l’ammirazione e il profondo amore di tutti i suoi sudditi.

Il bandito Domenico Amorotti

castelloL’Amorotto fu un personaggio certamente controverso: uomo fortemente individualista e amante del potere possedeva notevole astuzia, cultura, coraggio e modi cavallereschi. Incline alla violenza e d’animo ribelle si trovò spesso in conflitto con i partigiani del duca e con il governatore pontificio di Reggio, Francesco Guicciardini. Nel 1519 era calato su Reggio, scontrandosi con le misure difensive della città, ed era per questo stato accusato di ribellione e una sostanziosa taglia era stata posta sulla sua testa. Nel 1520 tornò a rifugiarsi sulle montagne, affiancato dal feroce fratello Vitale e alcuni seguaci, dedicandosi a frequenti atti di brigantaggio: arroccati nei pressi di Civago gli uomini dell’Amorotto terrorizzavano le genti delle vallate con frequenti scorribande, furti, vendette ed assassinii, anche se non sempre l’Amorotto era a conoscenza di ciò che essi commettevano. Il Guicciardini, informato degli accadimenti, inviò a Castelnovo Monti un suo delegato, Alessandro Malaguzzi, con l’ordine di impartire una severa lezione all’Amorotto e ai suoi seguaci, ma i suoi soldati mercenari eccederono nell’esecuzione degli ordini, mettendo a ferro e fuoco interi paesi saccheggiandoli, violentando donne e distruggendo raccolti. La popolazione locale, soprattutto la più povera, vide in questi giustizieri un male peggiore del bandito ricercato e per questo nessuno di loro si fece tentare dalla taglia posta sulla sua testa. L’Amorotto riuscì in seguito a cavarsela definitivamente grazie ad un salvacondotto perché uscisse dal reggiano, mentre il Guicciardini fu trasferito a Modena. Morto Leone X, il nuovo papa Adriano VI affidò il controllo della montagna all’Amorotto, alleato che parteggiava per la santa sede, permettendogli di prendere il possesso del Castello delle Carpinete, che divenne sua residenza. L’Amorotto approfittò del nuovo potere per continuare a compiere liberamente vendette e regolamenti di conti, rendendosi responsabile di continui disordini nella zona, perpetrati con l’aiuto dei suoi fedeli masnadieri e del feroce fratello.
La vita dell’Amorotto finì violentemente nel Luglio del 1523, durante una battaglia, decapitato da un avversario. Restava a succedergli Vitale, che fece diventare Carpineti un covo di loschi figuri, che scorrazzavano commettendo ribalderie e misfatti per gran parte della montagna reggiana. La morte di papa Adriano VI riportò a Reggio nel 1523 gli Estensi, al nuovo governatore fu ordinato di porre fine alle violenze e ai disordini nell’area carpinetana. Egli fece convocare abilmente Vitale, che fu preso e fatto strozzare, assassinio che riportò a Carpineti la tranquillità e lo scorrere placido degli eventi.

Dell’Amorotto e di suo fratello restano ancora oggi numerose leggende, che narrano del bandito che terrorizzò e affascinò le popolazioni montanare per oltre un decennio.